Ogni iniziativa di cooperazione in Africa, o in altre comunità povere del Mondo, per essere virtuosa deve esser circoscritta nel tempo, contare su validi partner locali e presentare caratteri di sostenibilità. Facendo eccezione per le grandi emergenze umanitarie quali una calamità naturale o una guerra, un progetto di cooperazione internazionale non può essere meramente assistenziale, ma deve avviare un processo appunto virtuoso che spinga una comunità verso una risorsa altrimenti irraggiungibile o la soluzione di un problema altrimenti irrisolvibile. In economie nelle quali la valuta forte europea consente una libertà di azione e un accesso a risorse impensabili spesso il problema non è di quanto spendere ma come spendere. Per esempio con 4-6 mila euro si costruisce una casa-famiglia per orfani e con 2-300 mila euro si costruisce addirittura un ospedale… E non è il caso di dilungarsi su quanto sarebbero utili tali strutture. Ma la posa della prima pietra, nell’uno come nell’altro caso, comporta l’assumersi di responsabilità rilevanti perché tali strutture richiederanno ogni anno spese di gestione equivalenti pena l’impossibilità di fruirne per la comunità locale. Sono dunque insostenibili. Per questa ragione la comunità è il punto di partenza di ogni progetto ed i buoni progetti sembrano tutti un po’ monchi, o in altre parole carenti di qualche cosa che a ben vedere non è altro che il diretto apporto di coloro che ne saranno i beneficiari.
Ed è così nel nostro caso. I comitati e sub comitati di genitori di portatori d’handicap hanno deciso come dovesse, e potesse, continuare il secondo triennio del progetto CPD: la richiesta è stata logica e prevede tuttavia un incremento dei livelli di spesa. Accertata la possibilità di recupero per i giovani disabili, il nuovo triennio prevede l’annullamento dell’impegno di risorse umane dall’Italia, pur mantenendo nella prima parte il fisioterapista con compiti di formazione e l’avvicendamento di personale solo keniano nella sorveglianza della rete di assistenza e informazione sul territorio nonché nei trattamenti fisioterapici. Inoltre si chiede espressamente aiuto affinché sia ampliata la possibilità di rivolgersi a sanitari ortopedici ed a équipe chirurgiche laddove esse possano intervenire efficacemente. Viene considerata la possibilità di reperire strutture idonee, anche in sinergia con la Sanità pubblica, ove ospitare periodicamente chirurghi europei disponibili.
Ci si pone anche il problema dell’inserimento dei portatori d’handicap nella società del lavoro. E’ stato creato un laboratorio di lavorazione delle pelli conciate per la creazione di manufatti nei pressi del Saint Martin, così come è in atto l’impiego di altri portatori d’handicap in falegnamerie che producono protesi o altri strumenti ortopedici per la Ong stessa. Si è quindi scelta la risorsa dell’artigianato che consente di caso in caso di risolvere molte vocazioni e ci si attende che prima o poi sia possibile effettuare una formazione vera e propria grazie ai volontari della cooperazione internazionale.
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